L’arsura

Alle cene in compagnia

Un libro, una storia.
Tutto quello che può succedere una sera al ristorante, in compagnia di una persona molto insolita con caratteristiche peculiari evidenti.
Tutto ciò che non immaginate possa pensare una ragazza quasi perbene.
La ringrazio, nonostante non ci siamo più riviste, perché mi ha fatto divertire molto.

Io e la Clau non ci vediamo spesso. Ci sentiamo, in alcuni periodi sempre, in altri pochissimo, comunque non ci dimentichiamo mai.
Era da un po’ che volevamo trovarci per passare una serata insieme.
Fu così che, durante la famosa sera nella quale ebbe origine “L’affetto”, lei mi mandò un messaggio per saper se il sabato successivo fossi stata disposta ad andar a cena verso Lido di Camaiore con qualche amica.
Mi guardai intorno e chiesi a Carlotta, Caterina e Antonella se avevano voglia di venir con me a codesta cena. Esse, tutte e tre all’unanimità, dissero di sì.
Le donne del monte hanno detto sì – le scrissi allora – dunque veniamo!
La Clau scodinzolava dalla gioia, poiché aveva tentato mille e settecentocinquantatre inviti ai quali avevo sempre dato una risposta negativa.

Il giorno prestabilito fece presto ad arrivare e io le domandai con discrezione chi ci fosse oltre a noi alla cena. Ella mi disse che vi era Luca, il suo uomo, il quale – così per dirvene una – è iscritto al primo anno del corso di laurea in Geografia all’università di Firenze e nel frattempo lavora come ragioniere in una multinazionale (come dice lui anche se non la conosce nessuno) di pesce e, per concludere, ha la giovane età di 30 anni; e poi una certa Benedetta (mia omonima dunque), la quale si dice esser più strampalata di me (e poi tra l’altro non capii che cosa intendeva, dacché io sono una ragazza a norma di legge).

L’appuntamento era per le 20e30 davanti al bagno “Cristallo” a Lido.
Partimmo sulla mia C3 grigia metallizzata per arrivare puntuali come un orologio all’ora prestabilita, tanto puntuali che loro, come al solito e sempre per colpa della Clau, non vi erano ancora.
Arriveranno dopo lunghi 20 minuti di attesa.
Ci salutammo e poi andammo a recuperare l’ultimo elemento mancante: codesta Benedetta. Colei salì in macchina con Luca e la Clau e noi li seguimmo per arrivar al posto prestabilito.
Durai anche un po’ di fatica poiché funzionava soltanto l’anabbagliante anteriore destro e quello sinistro pareva essersene andato.
Lasciammo le macchine lungo la strada e scendemmo.
Ci presentarono, poi, a questa nuova arrivata.
Entrammo dentro al ristorante che mi pare chiamarsi “Il campagnolo” o “Il contadino”, qualcosa di simile.
Era un posto ammaliante, c’era un grande camino all’entrata, teste di bisonte imbalsamato appese alle pareti e vi era, inoltre, un personale molto cordiale.

Ci sistemammo al nostro tavolo, e dopo un po’ di ragionamenti tortuosi, decidemmo di prendere tutti quanti antipasto e pizza.
Il cameriere arrivò per prendere le ordinazioni. Ordinammo a turno tutti quanti, per ultima toccò a Benedetta che disse così: “vorrei una margherita, anzi no…la bufala ce l’avete?”, il vispo cameriere rispose prontamente “la bufala… mozzarella?”, lei “sì”, lui “no”, lei, giustamente allor disse, “perché la bufala moglie del bufalo ce l’avevate?”. Allorché il cameriere riprese dolcemente il suo cammino verso la cucina, pensieroso e sconsolo.
Già da qui mi sovvennero alla mente le parole della Clau, la quale mi aveva definito cotal soggetto un po’ strambo.

La serata pareva procedere bene, ridevamo e scherzavamo come se fossimo tutti amici di vecchia data.
Benedetta sapeva stare in compagnia, era aperta e spigliata, forse anche troppo. Infatti venne fuori, non so come o perché, il discorso che noi altri eravamo molto impegnati socialmente o cose del genere. Quando invece ella disse di non esser né impegnata nel sociale, né in chiesa, né da punte parti…di esser venuta insomma un po’ “for di razza”.
Ci spiegò che quand’era bambina in chiesa andava, ma poi litigò col cappellano e tutto finì. Ci disse che a Fucecchio la chiesa era in mano ad una rinomata famiglia, la quale si divideva i compiti da svolgere: le figliole cantavano, la moglie leggeva, il babbo mancava poco e diceva la messa.
Del resto – disse lei – in quel suo paese vi erano due grandi fasce di persone: le pie e i devoti e, al contrario, le male femmine e gli iniqui. Ed aggiunse che, non appartenendo lei alla prima fascia, era facile immaginare a qual altra appartenesse.
Sul momento ebbi un soave turbamento e pensai che stesse facendo così solo per scherzare.
Allorché però Benedetta volle continuare il discorso iniziato precedentemente, affermando che un giorno incontrò la nonna della famiglia di chiesa e questa nonna le raccontò di quanto perbene fosse la sua nipotina diciassettenne, tutta studio, casa e chiesa; cotale nipote – disse con soddisfazione la nonna – non usciva mai di casa, non faceva mai tardi la sera, insomma aveva un comportamento tale da determinar il suo elogio davanti a tutti. Fu così che poi passò qualche mese da quando Benedetta fece cotale incontro, ma in questi mesi venne resa nota la notizia che la nipote così stimata era ora in dolce attesa.
Benedetta, ridendo, tornò dalla nonna per dirle che, magari era vero che la nipotina non usciva mai, ma qualcuno in casa sua a trovarla ci doveva pur esser stato!
Vidi intanto con la coda dell’occhio Carlotta che indifferentemente cercava di aggiustarsi i capelli, e ritoccarsi un po’ per non voler notare che la ragazza, col suo tono di voce elevato, aveva attirato l’attenzione di tutto il ristorante che ora era intrepido di saper come la storia andasse a finir.
Benedetta, senza vergogna o imbarazzo alcuno, continuò con una sua massima di vita: “perché è giusto così – disse – è giusto che quelle figliole che dicono al pubblico di aver saldi principi, di non voler cader nell’impudicizia e di voler far astinenza prima del matrimonio, ecco cotali giovini è giusto che rimangano gravide prima del tempo”.
Il discorso era giunto a conclusione, sperai, mentre goccioline di sudore mi scendevano laterali al viso. Carlotta aveva depositato la testa sulle sue mani sul tavolo per voler affermare così, con la gestualità del corpo, di non conoscere quella ragazza. Eravamo tutti un po’ imbarazzati. L’unico compiaciuto era l’uomo del tavolo, che rideva di gusto.
Passò un po’ di tempo in cui l’unica tranquilla e rilassata era Benedetta, cosciente di aver detto cose buone e giuste.

Decisi allora per toglier quell’alone che si era venuto creando e che impediva a Carlotta di continuar a mangiar in santa pace, di proporre il gioco del maiale (tanto per cambiare).
Iniziammo, allora, con entusiasmo questo gioco. Non mi voglio dilungar sulle frasi che vennero fuori, frasi tanto particolari che Caterina, sveglia e intuitiva come una volpe, non capì nemmeno dopo lunghe ore di spiegazione.
Il gioco durò molto, tanto che i camerieri decisero di offrirci una bottiglia di limoncello – come se in quella serata non ci fosse stata già abbastanza imbecillità. Continuammo così tra una bevuta e una frase bislacca.
Dopo molto tempo avvenne però che Benedetta si accorse che l’acqua era finita e lei sentiva un bisogno immenso di bere da non poter proprio aspettare. Chiamò allora quel suo amico cameriere dicendogli: “Cameriere gentilmente porterebbe un po’ d’acqua? Ho un po’ d’arsura…ah l’arsura, l’arsura!”
Quel poveretto ripartì nel suo moto rettilineo uniforme e tornò velocemente indietro con tre bottiglie d’acqua: una frizzante, una naturale, e una effervescente naturale. Non si sa mai.

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