La solitudine

A Carlotta

Con poche parole questo libro vuole esprimere il desiderio di una giovane donna di poter finalmente affrontare un viaggio in solitudine, e, d’altra parte, la sua progressiva presa di coscienza che una solitudine anelata non è mai veramente tale.

Penso che a tutti sia capitato di cercare la pace del proprio cuore nel frastuono di questo mondo e di non esservi riuscito. Penso che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano desiderato ascoltarsi senza però capire come si fa. Non è sempre facile e scontato come sembra. Molto più comodo e meno faticoso è ascoltare gli altri, o almeno convincersi di saperlo fare.

Quella volta non andò tutto come lei avrebbe creduto. Erano le prime ore del pomeriggio, quello sarebbe stato il giorno del rientro a casa. Arrivammo all’aeroporto appena in tempo. C’era una lunghissima fila davanti a noi, tanto che la nostra speranza di poter pranzare prima della partenza stava ormai diventando vana. Ci mettemmo comodamente sedute sulle nostre valigie, in posizioni tali che sarebbero state degne di altri mille libri, ma ora su questo non farò nessun rumore. Nell’attesa discutevamo del più e del meno, volgendo le nostre teste ora qua ora là per osservare lo spazio circonvicino. Dopo qualche tempo si alzò da fondo la fila una musica assordante che proveniva dallo stereo di un robusto ragazzo. Questo teneva lo stereo posto sulla sua spalla destra e energicamente dondolava gongolante e sorridente.

Carlotta, non appena ebbe udito quella musica, gridò irosamente tante e tali ingiurie contro tale figliuolo che io stessa mi vergognai per la sua insolita sfacciataggine. Intanto la fila stava scorrendo e il giovane intrepido continuava la sua felice danza a suon di musica, mentre Carlotta cercava di frenare le sue pulsioni animali che l’avrebbero portata ad utilizzare nuovamente termini turpi e plebei. Arrivammo al bancone prima del previsto. Avevamo mal di testa (è inutile starvi a ripetere il motivo) e una ingente fame.

La hostess ci fece perdere molto tempo e noi eravamo preoccupate che non ci desse la carta di imbarco e i biglietti. Dopo mezz’ora di tribolazione finalmente ci congedammo ognuna col suo biglietto in mano e con la voglia di comparsi un boccone prima di entrare in sala d’aspetto. Prendemmo le solite baguette piene di roba, il nostro cibo quotidiano in quei quattro giorni, e poi passammo rapidamente il check-in per approdare in un’immensa sala d’aspetto.

Noi tre ci sistemammo nella sala centrale, spettegolavamo un po’ su questo e quello, come bene sapevamo fare. Carlotta, invece, che ora sembrava più calma e distesa, si allontanò per andar in una saletta in solitudine. Vidi in lontananza che si sedette su una poltroncina con aria noncurante e sguardo assente, dopodiché si accorse agevolmente che alla sua sinistra si era appena seduto il giovanotto con lo stereo incorporato che continuava nella sua danza esotica e fuori tempo. Il suo volto s’ingrugnò e i suoi piedi cominciarono a batter in terra uno dietro l’altro, tanto che coloro che non conoscevano il motivo della sua irritazione, avrebbero potuto pensare che la ragazza soffrisse di una strana sindrome simile alla schizofrenia. Si alzò di scatto e camminò velocemente verso la porta.

Quando ci raggiunse non ebbi il coraggio di dire niente, tanto avrei saputo che mi avrebbe zittita ancor prima di incominciare. La musica comunque si sentiva anche a una dovuta distanza: sembrava proprio non volerci, e soprattutto non volerla lasciare in pace! L’aereo era in ritardo. Dovevamo imbarcarci alle 15 e 40, mentre erano già le 16 e 10 ed eravamo ancora tutti fermi in fila davanti al tunnel chiuso.

Controllammo i nostri biglietti per veder come eravamo posizionate. Avevamo tutt’e quattro la fila numero 19: Antonella A, Sara B, io C e Carlotta D. Allorché mi sovvenne alla mente che l’aereo dell’andata aveva tre posti a sinistra e tre posti a destra, dunque, a meno che quell’aereo avesse avuto quattro posti, Carlotta sarebbe stata da sola. Lei, appena udito tutto ciò, si illuminò dalla gioia e cominciò a saltellare a destra e sinistra ripetendo “la solitudine, che bello la solitudine. Viaggio in solitudine, la solitudine…” Io ne rimasi un po’ perplessa e poi pensai tra me e me “contenta lei”…Finalmente alle 16 e 30 cominciò l’imbarco. Nel salire notai proprio che l’aereo aveva tre posti a destra e tre posti a sinistra. Ci sistemammo nella fila 19: Antonella al vetro, Sara nel seggiolino centrale, io vicina al corridoio e Carlotta dall’altro lato, gioiosa di essere davvero in solitudine.

Continuavano, nel frattempo, a salire gli altri passeggeri. Carlotta se ne stava assorta in meditazione, mentre dal suo viso trasparivano gaudio, giubilo e ogni tipo di allegrezza. A un certo punto però, notai che vi era qualcuno che cercava di posizionarsi accanto a Carlotta. Ella, con cauta ponderazione, guardò chi fossero quei tali che venivano a disturbar la sua quiete pomeridiana e, senza volerlo, s’accorse che colui il quale si stava sedendo proprio nella poltroncina accanto alla sua aveva uno stereo posizionato sulla spalla destra ed era solito oscillare un po’ di qua e un po’ di là, un po’ in avanti e un po’ indietro. Anche se la perspicacia non era mai stata il suo forte e nemmeno l’intuizione, si rese immediatamente conto che il tale era proprio quella fastidiosissima persona che tanto l’aveva fatta incollerire all’aeroporto.

Lui, noncurante della situazione incresciosa, posizionò delicatamente il suo amato stereo, finalmente spento, nello scomparto sopra il seggiolino e si sdraiò sulla poltroncina come a voler appisolarsi durante il viaggio. Nel frattempo noi tre eravamo grandemente divertite e ridevamo e scherzavamo mentre Carlotta pareva bloccata nella sua posizione ferrea sul seggiolino. Il ragazzo, a lei davvero tanto caro, stava realmente cercando una posizione per conciliare il sonno.

L’aereo decollò. Carlotta non si voltò mai alla sua destra, verso di lui, ma decise di leggere un libro davvero molto adatto alla sua situazione: La vita di San Francesco raccontata da San Bonaventura, proprio una di quelle letture estive e rilassanti. Nonostante il suo esser intenta nella lettura, ogni tanto si voltava e ripeteva la frase “sono consapevole che potremo anche cascare”, con un ritmo costante di due volte ogni tre minuti. Io mi stavo iniziando a irritare, ancor più i signori dietro a lei, che avevano già abbastanza paura per conto loro.

Il suo simpatico amico finalmente si addormentò, nel dormire però sembrava pendere e pendere proprio verso la sua sinistra, nonché verso Carlotta che era completamente sporgente sul corridoio per cercare di evitar qualsiasi tipo di contatto fisico. Il viaggio continuava, la situazione peggiorava minuto dopo minuto. A un certo punto ci fu un brusco cambiamento causato da un enorme boato che uscì dalla bocca di quel ragazzo pendente dormiente e seduto accanto a Carlotta, un boato tale da far sobbalzare lei sulla poltroncina e determinar così uno schiarimento sui suoi capelli, che, da castano scuro, son divenuti biondo platino in un batter d’occhio.

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