Diversi, a modo loro

1.

Come un puntino rosso nel cielo azzurro, si allarga e cresce e si espande – come un puntino modifica la sua forma, le sfumature, la sua intensità – come un puntino capisce, impara, domanda – come un puntino rosso nel nero di uno sguardo chiuso tra le palpebre un giorno di vento.

“Pronto?” – il telefono squillò, interrompendo i suoi pensieri e le metafore – “sì Margy sei tu… no no, non stavo facendo nulla di importante. Filosofia? Ok”. (Lo disse eppure non avrebbe voluto, il prof. di lettere le aveva ripetuto centinaia di volte che quell’ok è un orribile modo entrato nella nostra lingua per sostituire i vari d’accordo e va bene).
Erano le tre. La sua amica sarebbe arrivata tra poco, aveva appena il tempo di scaricare le sue e-mail, anche se non le scriveva mai nessuno, tranne gli innumerevoli siti pubblicitari.
Drin..drin..drin – era lei, aveva il vizio di suonare sempre tre volte anche se nella porta c’era la chiave.
“Permesso” – “Entra scema sono sola” – “E Beppina dov’è?” – Beppina era la gatta.
Ogni volta funzionava così: la dovevano interrogare, e il pomeriggio prima lei – la Margy – non sapeva nulla. Si era dimenticata di studiare; nel suo mondo parallelo tutto è suono e musica, musica e suono senza parole. E lei si dimenticava.
“Vediamo un po’… Kant – l’”io penso” – “dunque l’”io penso”… è… non è che l’abbia molto chiaro questo io penso, me lo spiegheresti mica?” – e il pomeriggio passava così, tra una domanda e un’altra domanda.

Drin – la campanella di cinque alle otto era suonata, le lezioni stavano per iniziare.
Caty arrivava sempre con i suoi otto minuti di ritardo, tanto che ormai anche il preside non sapeva più cosa poter fare.
“Buongiorno ragazzi, dunque…” – e gli occhialini violetto premevano sulla punta del naso goffo e rugoso della prof. – “mi pare che oggi debbano venire interrogati Margherita Martini e Gianluigi Taccini” – Gianluigi era il tipico secchione della classe, con gli occhialini e la gobba sulle spalle, che però, a differenza degli altri secchioni, eccelleva solo nelle materie letterarie.
“Qualcuno si sposti dalla prima fila e faccia sedere i due interrogati” – sbraitava la prof. con la sua voce acuta e tagliente.
E per caso e per necessità ogni volta che Margy era interrogata Caty era seduta accanto a lei, tanto che la prof. sbuffava sotto ai baffi ma non diceva ormai più nulla.
L’interrogazione si svolgeva così: domanda al Taccini, risposta esauriente e ben esposta – pur avendo lui problemi nell’impostazione della voce, che spesso risultava voce da orso sottovoce – poi domanda alla Margy, e il silenzio trionfava; la Caty che con parole e gesti cercava di spiegarle che cosa avrebbe dovuto dire e la Margy che, con i suoi orecchi turati, capiva sempre fischi per fiaschi e si arrabattava come poteva con “…emm…dunque, considerando Kant potremo dire che la Critica della ragion pura è…emm…caratterizzata da…”. 5+ e a posto. Un’altra insufficienza, eppure la Margy sembrava essere soddisfatta, in fondo 5+ è quasi 6.
Ricordo ancora quella volta che all’interrogazione su Pascal la Caty cercava in tutti i modi di farle capire che la risposta era il “divertissement” cioè la distrazione, e la Margy, non capendo nulla come al solito, pensò bene di tirar fuori quella che era la sua esperienza in tema religioso – dato che aveva sentito dire che Pascal si interrogava sul mistero dell’uomo – e blaterava che il senso della vita lo si trova in esperienze concrete e inaspettate e raccontava, presa da un improvviso senso di pace, tanto che la prof. si sedette per ascoltare la sua suprema confessione. Anche se poi alla fine l’esito fu sempre quello.
In classe ormai nessuno stava più ad ascoltare nessuno. La parte maschile, divisa in due sottogruppi quello “di destra” e quello “di sinistra”, si preoccupava solo di parlare della prossima partita di calcio da organizzare e del prossimo compito di matematica da far spostare. La parte femminile, invece, divisa in numerosi sottogruppi, fingeva interesse con lo sguardo perso negli occhi del moro di 5C.
I giorni in cui c’era la sesta ora, l’anarchia regnava sovrana. La prof. spiegava con partecipazione la rivoluzione industriale mentre 21 persone su 23 dormivano, e due – la Caty e la Margy – che erano in prima fila, ascoltavano il walkman. La Caty sdraiata sul braccio destro con la testa appoggiata sul banco, la Margy con i suoi riccioli lunghi davanti al viso, per coprire l’orecchio con la cuffia.
Il suono tanto atteso della campanella prima o poi arrivava e tutti si precipitavano verso la porta senza preoccuparsi se la prof. stava dicendo ancora qualcosa – tranne, naturalmente, le solite due o tre rompiballe che andavano alla cattedra per finire di ascoltare la lezione, quando tutti ormai erano già fuori sulla via del ritorno.
La Margy non andava quasi mai in bus, di solito la venivano a prendere. La Caty invece doveva affrontare uno stressante viaggio di un’ora in pullman, perché abitava sul colle più lontano dal liceo.
Di solito la Caty, arrivata a casa, studiava. La Margy invece suonava, e poteva durare anche tutto il giorno, finché i vicini di casa – stufi delle sue lunghe e, a volte, stonate melodie – le bussavano al muro per invogliarla a smettere. E allora lei, innervosita, se ne andava dai suoi dodici animali domestici: il coniglio Dentibianchi, il pesce Staizitto, il piccione Vololegato, i suoi tre gatti Miagolaforte, Miagolanpo’ e Miagolapiano, il cane Pelocheabbaia, il criceto Similetopo, la capretta Aidisuimonti, il furetto Pelopeloso e i due pappagallini Daccidamangiare – che un giorno fece morire di fame, non accorgendosi che il loro disperato canto era dovuto al fatto che non mangiavano da una settimana e fu così che una mattina li trovò morti e duri, tanto che, incredula, chiamò la Caty che per consolarla le disse che secondo lei dormivano.

Continua a leggere il racconto online…

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