Pubblicato in: Politica, Vita

Un pensiero su Immuni

Sto riflettendo su questo tema di grande attualità: l’app Immuni. E per decidere se scaricarla o meno ho letto molti articoli, molti commenti, molti tweet. Ho sentito vari pareri, ne ho parlato con amici e familiari.

Risultato: sono perplessa.

È che la mia perplessità non è legata tanto a problemi di privacy – insomma mi sembra fatta meglio di altre app che tutti abbiamo e usiamo senza problemi (Whatsapp, Facebook, per non parlare poi della geolocalizzazione di Google…) – ma è legata al concetto che passa dello smartphone. Insomma, ormai – anche per lo Stato – lo smartphone è parte di noi, come i nostri arti o organi. È più essenziale dei vestiti (quelli almeno ogni tanto li cambiamo o comunque siamo autorizzati a toglierceli!), dei mezzi di trasporto (la bicicletta nessuno pensa che uno se la porti sempre dietro), del cibo, dell’acqua, potremo dire che lo smartphone ormai è essenziale come l’aria. Chi potrebbe vivere senza? Un alieno, sicuro.

Già mi aveva fatto riflettere molto il fatto che la nuova legge legata all’obbligatorietà dell’allarme sui seggiolini dei bambini fa collegare l’allarme a una app (per trovarne uno scollegato dal telefono bisogna essere dei bravissimi cercatori e aver voglia di spendere soldini in più!), quasi come a dire: di sicuro lo smartphone non lo scordi, il bimbo può darsi. Mi pare contorto: ritengo importante l’allarme, ma dare per scontato che lo smartphone non me lo posso scordare mi preoccupa davvero molto.

E qui il problema si ripete. Il gregge dipende dallo smartphone e questo porterà l’immunità. Per giocare con le parole. Ma da insegnante, chiamata a provare a educare un’importante fetta della popolazione, mi pare che lo Stato non sia educativo con i suoi cittadini. Che la funzione maieutica l’abbia perduta del tutto. Che non si occupi della crescita dei suoi cittadini, ma sia più preoccupato ad altre questioni. Forse sono ingenua io a pensare che ancora lo Stato dovrebbe avere a cuore la verità e la libertà dei cittadini, di fatto il monopolio sul tabacchi e la legalizzazione delle slot machine da tempo dicono il contrario. Ma voglio continuare a credere che ci debbano essere degli ideali in chi è chiamato a governare ed educare gli altri e che questi ideali non possano scendere a patti con le leggi del mercato – ad esempio.

Insomma per me il problema risiede lì: la dipendenza da smartphone. Il nostro sentirsi sicuri passa da lì, averlo dietro. La nostra tranquillità è legata a un attrezzo elettronico. Siamo bombardati da immagini e messaggi che dicono questo: non si può stare senza. E, come i bravi pubblicitari sanno, i bisogni si creano e diventano impellenti. Necessari. E questo attrezzo è diventato ancora più necessario nella fase che abbiamo appena vissuto, in cui siamo stati costretti a demandare le nostre relazioni a delle videochiamate. E – se per difendere la salute di tutti – devo mettere in tasca uno smartphone con acceso il bluetooth nelle tasche di mio figlio che va ai campi estivi, ben venga. E se per tutelare la sicurezza è necessario che lo smartphone venga portato a scuola, benissimo. Alla fine è un aiuto per tutti. E magari il bimbo sul pulmino ha il suo passatempo.

Non voglio pensarla così. Continuo a difendere la libertà di uscire senza smartphone. La libertà di dimenticarlo. La libertà di non averlo. La libertà di non dover essere sempre rintracciabili ad ogni costo. Non dover avere sempre a portata di mano tutto il mondo nel telefono.

Per questo resto perplessa pensando che invece di questo non importi niente a nessuno. E continuo a riflettere, cercando uno stile che non sia di gregge.

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