La Verna

«Non est in toto sanctior orbe mons» (Non vi è al mondo monte più santo).
E non c’è frase più calzante di questa per provare a balbettare qualcosa sul Santo Monte della Verna.
Santità fondata sulla roccia. Ferma, fredda, immensa. La Verna è un luogo nel quale non si può non andare. Io ho avuto la fortuna di andarci sempre in occasione di ritiri organizzati dai Frati Minori, ma c’è tanta gente che ci capita per caso e poi capisce che quel caso è Grazia per la sua vita.

Per arrivare alla Verna bisogna salire. Se ci si arriva a piedi è faticoso, c’è la salita della Beccia che è ripida e sconnessa, ma quando metti piede sul piazzale ringrazi subito della fatica fatta. Anche arrivando in macchina intuisci la preziosità e la particolarità del luogo. E fai silenzio per ammirarlo.
Questo Santo Monte era l’unica cosa “di proprietà” di San Francesco. Era un regalo del conte Orlando. Francesco andava – insieme ai suoi frati – per essere più vicino a Dio. Aveva il suo letto sulla nuda roccia, passava giorni e notti a pregare nel bosco, a gridare a Dio, unico Signore della sua vita.
Francesco si nascondeva negli anfratti più remoti o cercava nel bosco un posto solitario, non voleva che neanche i suoi frati lo vedessero quando si ritirava in preghiera. Era il suo luogo segreto, il luogo dove solo Dio può entrare. E nessun altro. Ognuno di noi ha un posto così nel cuore, ma spesso viene nascosto o dimenticato a causa delle troppe preoccupazioni di questo mondo. Francesco ci ricorda il silenzio. La solitudine. Come Dono del Cielo.

Ma il monte della Verna è lì per testimoniare qualcosa di ancora più grande, umanamente inspiegabile, qualcosa che sfugge alla ragione umana, al controllo, alla comprensione. Il monte della Verna ricorda la notte tra il 16 e il 17 settembre 1224 quando Francesco “da Cristo prese l’ultimo sigillo” (v. 107 – canto XI – Paradiso).
Primo nella storia, venne trafitto nella carne dalla croce di Cristo. Francesco – che da tempo chiedeva a Dio di fargli sperimentare l’amore e il dolore che lui aveva provato nella sua Passione – ebbe una visione di un Serafino a sei ali e, appena scomparsa la visione, vide il regalo che il Signore gli aveva fatto. La carne delle mani, dei piedi e il costato era sanguinante e trafitta, proprio come la carne di Cristo sulla croce.
Mistero di infinita bellezza, Francesco avrebbe voluto mantenere il segreto fra lui e Dio, ma non ci riuscì. L’odore di santità si stava già respirando in seno alla sua fraternità e a tutti coloro che avevano avuto la Grazia di incontrarlo.
La pietra su cui Francesco si trovava quando venne visitato e inchiodato, è oggi custodita nella splendida cappella delle Stimmate, luogo unico al mondo per bellezza e profondità. La scena della crocifissione di Andrea della Robbia ti commuove al primo sguardo. E la frase “O vos omnes qui transitis per viam attendite et videte si est dolor sicut dolor meus” (O voi tutti che passate per la via, fermatevi e vedete se c’è dolore simile al mio), scritta alla base della scultura, urla piano il dolore e l’amore trafitto e risorto e ti lascia senza parole. In modo da non poter dire nient’altro che “Deus meus et omnia”, Dio mio e mio tutto, Dio mio e mio tutto, Dio mio e mio tutto.

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