Vita

Cosa mi ha insegnato la campagna

«Mio caro amico – disse – qui sono nato
e in questa strada ora lascio il mio cuore…»

Proprio ora che mi ritrovo in un ufficio di fianco all’autostrada, cittadina di una città non mia – ma lo stesso bella ed entusiasmante – vicina a colleghi nati e sempre vissuti in città, mi rendo conto di ciò che la campagna mi ha insegnato. E gliene sarò per sempre grata.

La pazienza. Sublime compagna di viaggio, difficilmente mia padrona di casa. Vista ogni giorno come virtù inarrivabile e da conquistare. La pazienza – quella poca che ho e che mi è rimasta – me l’ha insegnata la mia campagna. Lontana da tutto, sempre. Costretta a prendere l’autobus e spendere 1 ora di tempo per fare meno di 20 km (e non sono nata nel medioevo ma nell’84!). Senza niente a portata di mano. Senza mai poter dire “mi serve questo” e uscire a comprarlo.

La solitudine. Quella che ti brucia dentro quando sei adolescente. Che non vuoi, per niente al mondo. Perchè le tue amiche scendono le scale e si fanno una passeggiata in centro e te al massimo scendi le scale e ti ritrovi nell’orto a parlare con le verdure.

L’olfatto. No – direte – quello ce l’abbiamo tutti di default. Ma l’olfatto che ti insegna la campagna è un altro. È quello che ti permette di riconoscere l’aria buona. Non so come spiegarlo, ma quando sento l’aria buona il mio naso gioisce. L’aria buona che non si trova mai in città. (O almeno per ora io non l’ho ancora mai trovata!).

L’odore di selvatico (“sai di sarvatìo” si dice dalle mie parti). È quell’odore di cui sanno i bimbi che stanno tutto il giorno fuori, in campagna (non nel parco del condominio!). Quell’odore misto di erba, fango (anche detto “mòta”), sudore.

Il verde. Dalle mille sfumature. Solo chi ha abitato in campagna conosce tutte le sfumature che può assumere il verde: dall’alba, al tramonto, alla notte. Intense pennellate di un verde che è speranza, riposo, calma, sogno, riflesso, bellezza.

Le stagioni. Quelle del raccolto e quelle della semina. La stagione del vino e quella dell’olio. L’estate con i suoi frutti meravigliosi e colorati, l’autunno con le castagne e i ricci che ti bucano le mani, l’inverno dove tutto tace sotto un sottile strato di neve, la primavera con i suoi fiori bianchi o rosa degli alberi da frutto!

La fantasia. Quella che ti permette di vedere una strada dove non c’è, che ti permette di correre giù per gli argini e su per i colli, tra i rovi e gli sterpi, con l’ortica che ogni tanto ti aggredisce.

Lo spirito d’avventura. Di chi sa di poter andare in giro da solo a esplorare mondi sconosciuti. Case abbandonate, tane di animali, nidi di uccelli. Di chi può rotolarsi nel fango e nell’erba. Di chi può andare con i pattini in mezzo alla strada e con la bici in percorsi che non sai se sbucheranno mai da qualche parte.

Gli animali. Quelli che incontri per strada, i cani e i gatti dei vicini. E quelli che vai a “governare” la sera insieme al nonno: polli, conigli, galline. Qualche mucca, le pecore, le capre e gli agnellini che spesso pascolano nei campi o camminano con il pastore in branco in mezzo alla strada proprio quando stai passando tu di fretta.

Il silenzio. Quello che non c’è mai in città. Il silenzio vero, accompagnato di notte da qualche verso del gufo e di giorno dal volo degli uccelli. Il silenzio che ti fa paura perchè, in mancanza di altri rumori, ti spinge ad ascoltare il cuore.

Il buio. Quello nero. Senza lampioni. Il buio che c’è in alcune strade di campagna e che è buio, proprio buio. Quello che ti fa addormentare con le persiane aperte perchè non ti puoi accorgere che sono aperte, se non la mattina quando l’alba ti viene a disturbare.

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