Grazie e auguri

Grazie di cuore a tutti quelli che in quest’anno mi hanno letta tra gli articoli di questo blog. E sono tanti, davvero. Le statistiche mi dicono circa 10.000 visitatori, parecchi di più degli ultimi anni.
Grazie di cuore a chi trova interessante quello che scrivo o ciò su cui rifletto e anche a chi – pur non trovandolo particolarmente interessante – si sofferma lo stesso a leggere.
Grazie a chi ha commentato i miei post. Quanto vorrei che tutti facessero come voi!

Auguri a ognuno di voi per questo 2017 alle porte. Sia un anno colmo di Bellezza. Un anno dove potersi scambiare idee senza fare la guerra quando queste differiscono, dove poter parlare con toni pacati e umili – ma fermi e convinti – dove l’agorà virtuale sia un circuito di intelligenza e verità, e non di bufale e stupidaggini.

 

Francesco

san-francescoFrancesco, via maestra verso Dio, dal giorno in cui – per caso – ti conobbi sentii di non volermi più allontanare da te. Della tua vita, niente di più bello avevo trovato in questa terra di polvere e uomini. Francesco, la nostra amicizia è spesso solo silenziosa tua presenza nella mia vita, ma ne ho la concreta certezza, come di quelle amicizie che durano da sempre e che ci sono, con il bene, anche quando la vita allontana e divide. Francesco da te ho imparato tutto della fede, niente senza di te. Di te ho visto la gioia e la spensieratezza, di te l’angoscia e la tristezza, di te l’umiltà e la pazienza, la solitudine e la sofferenza. Francesco, amico mio, mio compagno di strada, di te spesso ho perso le orme, dimenticando gli ultimi della mia vita e scegliendo le relazioni più comode e gratificanti. Di te ho dimenticato l’insegnamento del cuore: mettersi all’ultimo posto con gioia e con amore, senza orgoglio né superbia. Francesco, non mi è mai importato niente che ci siano più di 800 anni a separarci, perché, nei tuoi frati e nella tua Chiesa madre – oggi più che mai col pastore che porta il tuo nome e non solo quello – tu ci sei, vivi, insegni, rimani. Francesco, uomo affascinante, uomo di Dio, uomo della vita nuova, uomo del perdono e della riconciliazione, uomo della rinascita, dell’amore profondo e incarnato, uomo di ogni storia e di ogni tempo, Grazie! Grazie del tuo coraggio, della tua follia, del tuo amore, della tua cocciutaggine, della tua ribellione. Grazie uomo, grazie amico, grazie santo!

Ti ascolto

ti-ascoltoEra davvero molto tempo che non mi capitava di fare un viaggio in treno. Il treno in fondo mi è sempre piaciuto: mi piace viaggiare e poter guardare fuori dal finestrino, viaggiare e incontrare altra gente, viaggiare e cercare di indovinare le storie degli altri. Per caso oggi il mio vicino di posto, dopo aver chiuso una telefonata, mi ha chiesto se poteva parlare e sfogarsi un po’. Io, senza neanche avere il tempo di annuire, mi sono trovata travolta dalla sua vita, dalla sua storia – a detta sua complicata – dal suo bisogno di raccontarsi. E l’ho ascoltato. Alla fine non avevo chance. Mi ha ingabbiata e l’ho ascoltato. Ogni tanto il signore anziano seduto dall’altra parte del corridoio guardava l’uomo al mio fianco con aria perplessa, forse giustamente. In fondo è insolito che un perfetto estraneo si metta a raccontare i particolari della sua vita a una perfetta sconosciuta, come me. Una storia complicata certo, ma… quale storia non lo è?!

Mentre ascoltavo quest’uomo mi sembrava di ascoltare la vita di molti, la vita di tutti. Mentre lui parlava di sé, parlava di me, parlava di quel signore anziano, di quella ragazza ubriaca che stava barcollando avanti e indietro per il corridoio e sbatteva la porta, parlava di quel ragazzo davanti a noi con le cuffie agli orecchi e di quella donna sola che guardava fuori dal finestrino. Continua a leggere

La pazza gioia

LA-PAZZA-GIOIA-Locandina-Poster-2016Cinemino come ai vecchi tempi, seduti in galleria.
Ormai avere un cinema così – tradizionale – è diventato un lusso e quando mi capita mi piace troppo (dal mio punto di vista i multisala non hanno poesia).

Virzì non mi ha mai delusa (anche lui per me è come Checco, ognuno nel suo genere s’intende!) e La pazza gioia è davvero un film intenso, che ti coinvolge fino in fondo, forse – oserei dire – uno dei più belli di Virzì (e mi piacciono tutti tantissimo).

Non farò spoiler, io sono andata a vederlo senza minimamente sapere di cosa parlava. Sulla fiducia. Quindi non vi svelo niente, ma si può benissimo parlare del film senza parlare della trama perché la trama non è tutto, molto di più sono i profili di donna che emergono in modo così vero, profili di un’intensità talmente reale che è molto difficile trovarli al cinema, profili che ti fanno entrare in profondità dentro di loro tanto da farti sentire davvero quello che loro sentono.

Le due donne del film, la loro vita interiore e il legame che le tiene unite si alleano a poco a poco con le parti più intime e infime della tua esistenza, e ti aiutano a dar loro una casa, una collocazione, un posto e ti consentono di riconoscerle senza troppi giri di parole. E dal basso – che più basso non si può – ti fanno lentamente ripartire. Solo con un anelito o con un desiderio flebile, ma non ti lasciano fino alla fine nel baratro. Ti fanno insieme a loro sognare una risalita, per quanto la strada sia buia e sconosciuta, per quanto quella bassezza a qualcosa sia servita.

Il lusso del tempo perso a ridere

ridereAlla fine mi vien da pensare stasera che non è da tutti potersi permettere – in un pomeriggio qualunque di un martedì lavorativo – di fermarsi a fare merenda con delle amiche e passare inaspettatamente più di un’ora piegate dalle risate. È un privilegio di chi ha scelto un lavoro strano, come il mio.
Non è da tutti darsi tempo, e di solito non lo faccio nemmeno io.
Ma oggi – dopo secoli che non ridevo e facevo ridere così tanto (sì poi – lo ammetto –  se inizio per caso a raccontare le mie figuracce non la smetto più) sono proprio contenta di essermi permessa questo lusso del tempo perso.

In un mondo dove il tempo lo devi sfruttare al massimo (io sono la prima che, avendo due lavori e orari strani e molto flessibili, voglio sempre usarlo tutto fino in fondo per fare quello che devo fare – e poi non ci riesco mai come vorrei), concedersi – così senza averlo organizzato – un’ora di risate e amicizia è proprio una cosa bella.
La consiglio a tutti.
Fa tornare indietro di un po’ di anni, fa tornare a quell’età in cui il tempo passato a ridere era all’ordine del giorno.
Mi ricordo dei pomeriggi piegate in due, pomeriggi che io e la mia amica Cecilia passavamo, rimeditando su quante ne avevamo combinate, riraccontandoci per l’ennesima volta le stesse scene. Risate su risate, da farsi sentire gli addominali.

E allora dedico questo post a chi oggi, e tutte le volte nella mia storia passata, mi ha tirato fuori risate gratuite e bellissime e racconti da far morire da ridere. E lo dedico a tutti coloro che di risate hanno bisogno, perché possano incontrare qualcuno che – senza preavviso – gliele strappa da dentro.
Ridere fa rima con sorprendere: è l’antidoto, infatti, per sorpredere noi stessi e gli altri. Per meravigliarsi che – nonostante tutte le contraddizioni e gli schiaffi della vita – da qualche parte c’è qualcuno con cui poter condividere una risata a bocca larga, di quelle che fanno un gran rumore e un gran bene.

La casa dei doganieri

Buon lunedì a tutti con questa bellissima poesia di Montale. Mi è venuta in mente per vari motivi, e mi sembra quantomai attuale. Gioca sul tema dei Confini – la dogana è il luogo di confine per eccellenza; su quello della memoria, delle possibilità e delle scelte. La bussola impazzita o la banderuola che gira senza pietà sono due immagini bellissime, che danno un fotogramma perfetto di noi, uomini incapaci spesso di sapere quale strada, scelta, decisione prendere.

di Eugenio Montale

poesia1

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.